L'Accordo di Schengen ai tempi dell'emergenza COVID-19

La riunione telematica del Consiglio europeo di oggi 17 marzo vedrà i capi di stato e di governo dei 27 paesi dell'Unione confermare le disposizioni indicate dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sulla gestione dei confine dell'UE nell'emergenza covid-19 in corso (per vedere il video del messaggio della Presidente clicca qui).

Dato che gli Stati membri hanno adottato misure forti per contenere il contagio, perchè queste siano efficaci devono essere coordinate. Da qui dunque due proposte di misure per la gestione delle frontiere allo scopo di tutelare la salute dei cittadini e sostenere il sistema produttivo:

  • vie preferenziali "Green Lanes" per far rimanere il mercato unico interconnesso per quanto riguarda il trasporto di  cibo, materiale sanitario e beni deperibili e servizi di emergenza
  • restrizione temporanea ai viaggi non essenziali in UE per 30 giorni esclusi ovviamente residenti di lungo periodo, corpo diplomatico, medici e ricercatori, personale sanitario

Con questi proposte di misure restrittive alla libertà di circolazione di persone, beni e servizi dai paesi extra Ue in Europa si cerca di salvare il principio dell'accordo di Schengen e lasciare aperti i confini fra gli Stati Europei proprio per far circolare quei beni, servizi e personale sanitario necessari ed utili a tutti. Non ha senso che ogni Stato membro si isoli e chiuda i confini.

Far circolare sempre meno persone per contenere il contagio è l'unica prassi da seguire in questo momento ma vanno tutelati i trasporti e la circolazione del personale sanitario.

Siamo abituati a viaggiare in lungo e largo per l'Europa, scambiandoci merci e servizi grazie all'accordo di Schengen, che ha istituito uno spazio senza controlli alle frontiere tra i paesi che ne fanno parte. Firmato nel 1985 nella cittadina lussemburghese di Schengen tra Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, l'Accordo ha consentito di eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne e di introdurre la libertà di circolazione per tutti i cittadini dei paesi firmatari, di altri paesi dell’Unione europea (UE) e di alcuni paesi terzi.

L’Accordo è stato completato nel 1990 dalla Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen, che ha stabilito la soppressione definitiva dei controlli alle frontiere interne, insieme a una serie di misure di accompagnamento necessarie. La convenzione ha rafforzato i controlli alle frontiere esterne, ha definito le procedure di rilascio dei visti uniformi, ha stabilito il sistema d’informazione Schengen, ha intensificato la cooperazione di polizia alle frontiere interne e ha migliorato l’azione contro il narcotraffico.

Successivamnte l'Accordo è divenuto parte integrante della legislazione dell'Unione europea e comprende attualmente 26 Paesi europei, cioe 22 Stati membri e Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera (per saperne di più sull'Accordo di Schengen clicca qui).

Tutti i Paesi possono, per motivi eccezionali, ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere: in questi giorni di emergenza si torna proprio a parlare di sospendere Schengen e alcuni Stati europei si sono mossi in tal senso. La sospensione di Schengen non è però qualcosa da prendere alla leggera: ci devono essere comprovate esigenze di ordine e sicurezza pubbliche. Se pensiamo a quelle che sono le nostre vite nella normalità, a come sia per noi facile avere merci che arrivano da altri paesi, spostarci all'interno dell'Unione o andare a lavorare all'estero, capiamo subito quanto questo Accordo sia stato (e sia ancora!) fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e politico dell''Europa. Per questo motivo la Commissione ritiene utile non sospendere Schengen ma coordinare una restrizione temporanea ai viaggi non essenziali nell'Ue per 30 giorni e consentire in questo modo una necessaria collaborazione fra gli Stati membri: questa emergenza che viviamo richiede una battaglia comune e da soli non si vince.

Ultimo aggiornamento: Mar, 17/03/2020 - 12:45